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Abbiamo assistito da circa un decennio ad
un’appropriazione indebita del concetto di vino, tutto uguale per tutti,
assieme a questa foga nel presentare i vini “omologeneizzati” e
truciolarizzati, più buoni e ricercati secondo l’opinione di nomi e cognomi
tutti degnissimi ma senza altra indicazione in etichetta capace di
qualificarli meglio a questo importante ruolo d’indirizzo strategico? Non
che abbia nulla contro chi vuole mettere il truciolo nel suo tino, ma
ricordo un antico articolo sul corriere vinicolo che faceva la storia
delle botti e rivelava che fino a metà ottocento le doghe delle botti di
slavonia traversavano in ordine due mari: adriatico, tirreno, e un oceano:
l’atlantico. E lo facevano trainate per queste migliaia di miglia marine
con lo scopo di liberarsi completamente del boisé, niente affatto gradito
fino a un secoletto fa.
Vini che magnificati da guide e punteggi fin nel recente passato, anche se
non sono i più buoni è come se avessero vinto una lotteria non autorizzata
capace di vuotare le cantine dei possessori del biglietto. Un’ottima
maniera di risolvere le crisi per i produttori baciati dalla dea fortuna,
ma allora questo lavoro lasciamolo fare ad un computer che estragga a
random i 300 nomi necessari a compilare qualsiasi classifica dei premiati
anno dopo anno saranno premiati tutti, c’è solo da regolare la questione
della precedenza. La fisionomia di alcune guide ricalca schieramenti
politici, così si mormora: Il GRH a sinistra, AIS al centro, altre a
destra, così per fare un esempio casuale. Che palle! Una Holding si
legittima da sola, o tenta di farlo, come il grande produttore di Brunello
Gianfranco Soldera mi faceva notare in una chiacchierata amichevole. Ma
tutti gli altri addetti ai lavori, mediatici, istituzionali ed economici,
permettono, impalmano, legittimano a loro volta col silenzio e si
allineano ad una promozione unilaterale e spesso assai carente in idee,
contenuti e persino forme, del vino in generale. E’ urgente esaminare ed
intraprendere nuove soluzioni, ma ciò urge da parecchi anni senza che si
intravedano spiragli di cambiamento. Possibile che l’arroccamento delle
posizioni e direi quasi la guerra intrapresa dai globalisti anonimi sia
così cieco da non capire che la politica qui c’entra davvero poco se non
per una divisione delle varie torte? Ridimensionare la portata strategica
di un gruppo d’interesse multipartitico che non rappresenta la
composizione sociale agente e non utilizza metodi di partecipazione
democratica nella gestione delle cose ma determina con il denaro scelte
economiche che influenzano il macrosistema sarebbe una misura da prendere,
sia a livello istituzionale che a livello di concorrenza privata e non
sarebbe una mossa bolscevica, piuttosto sarebbe la conformazione del
pensiero cristiano, recentemente espresso in chiari termini da papa
Ratzinger.
Parlare, stampare opuscoli che servono solo a deforestare, non basta più e
non è etico. Secondo i dettami di un buon manuale di marketing strategico,
per esempio, la quota di penetrazione dei vitigni internazionali, caso per
caso, avrebbe dovuto avere un limite ben identificato. Che si consentisse
cioè di dotarsi di un serbatoio atto ad offrire un vino di tendenza
mercantile (l’internazionale), ma che non si privassero del necessario
spazio le presenze tradizionali per la proposta nel cassetto di gusti di
tipicità reale, non artefatta, costruita sulla cultura e non sulla moda.
Appare ormai dimostrato che negli ultimi anni i punteggi e le guide hanno
offerto l’immagine di un vino internazionale, contribuendo
all’omologazione del prodotto, sostituendo al grado di autorevolezza
necessario semplici amanti del vino e della tavola alle rappresentanze
della tecnica dell’assaggio, del marketing e della comunicazione
specializzata, amalgamandosi all’istituzione rappresentativa dei
produttori nell’orientamento dei gusti e dunque del mercato. Questo ha
costretto a piantare vitigni alloctoni in eccesso, privando gli
assemblaggi dell’apporto di vitigni più familiari al gusto locale e dunque
più tipici. L’esplorazione della tipicità si effettua infatti mediante
assaggi della tradizionale offerta organolettica, resa attuale dalle
tecnologie moderne, non del gusto internazionale spacciato per tipico. Le
domande da farsi sono qualcuna in più di una. |