MANUALE DI PROTO SATIRA EDOGASTRONOMICA

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ISTRUZIONI PER RENDERE IL PIANETA INVIVIBILE ALLA SPECIE UMANA.

Nel rimettere a posto la libreria, un po’ di tempo fa, dopo l’imbiancatura di casa, mi è passato tra le mani il volumetto di Paul Watzlawick “Istruzioni per rendersi infelici”, letto ormai molti anni fa. Da giorni mi attirava l’idea di riprenderlo in mano e ieri ho ceduto alla tentazione. Lo scopo del libro (molto ironico) è quello di organizzare in poche regole chiare per permettere a tutti di raggiungere l’obiettivo “vitale” dell’infelicità.
Ritengo che sia un esempio da seguire e che proprio oggi che siamo sommersi dall’allarme dei cambiamenti climatici (pensiamo soltanto agli incendi e alle alluvioni di questi giorni senza il bisogno di andare a scomodare ricerche scientifiche sempre più aggiornate ed unanimi nel verdetto catastrofico) occorra un vero e proprio vademecum che ci permetta di non mancare l’obiettivo di autoeliminare la presenza umana da questo pianeta. Provo in modo molto sintetico (ed inevitabilmente parziale) ad individuare almeno tre punti salienti e proporre una soluzione politica:
Sviluppo e crescita economica.
La saggezza popolare e tutte le grandi religioni hanno sempre insegnato che “non di solo pane vive l’uomo”, che non è il caso di accumulare ricchezze in modo fine a se stesso, che non è il denaro il valore ultimo dell’esistenza. Ovviamente è importantissimo avere tutto ciò che necessita per una vita dignitosa: cibo, vestiti, relazioni, salute fisica e psicologica… E va detto che l’uomo ha sempre adoperato il suo ingegno a proprio beneficio: la ruota, il fuoco, la leva, poi gli animali attaccati ai carri, l’aratro… Ecco, se vogliamo distruggere il pianeta non dobbiamo fare l’errore di ascoltare queste sirene e di voltarsi indietro.
Fa impressione come da circa 8.000 anni fino alla fine del 1800, in un periodo definito (da Ruddiman) “agricoltura degli esordi”, si sia assistito ad un periodo di stabilizzazione climatica, che, senza l’intervento dell’uomo si sarebbe avviata verso una glaciazione già 5000 anni fa.
E’ dal 1800 circa che questo equilibrio si rompe. I vari indicatori ci dicono che è in quegli anni che cominciamo ad imprimere una accelerazione verso il surriscaldamento del pianeta.
Dal 1850 inizia la crescita esponenziale della popolazione urbana, l’aumento esponenziale del biossido di azoto e della CO2 in atmosfera, la perdita di foreste. Dal 1900 inizia l’incremento esponenziale di pescato, delle specie estinte ecc. ecc.
Nel 1949 Harry Truman, in modo indiretto, trova un nome a questa fase: Sviluppo. Lo fa parlando di area sottosviluppata a proposito del Sud del mondo (W. Sachs, Dizionario dello sviluppo, ed. Gruppo Abele). Negli anni ’60 Simon Kuznets, economista americano di origini russe, inventa il Pil (prodotto interno lordo) come indicatore economico e “termometro” dello sviluppo dei vari paesi. Da allora la corsa verso il surriscaldamento e la distruzione delle condizioni basilari per l’esistenza umana ha proceduto a ritmi vertiginosi.
Quindi chiunque voglia, con cognizione di causa, raggiungere l’obiettivo dell’estinzione della specie umana, deve in tutti i modi restare ancorato al concetto di sviluppo, puntare decisamente all’incremento del Pil, magari con attività industriali di vecchia generazione che immettano CO2 e sostanze inquinanti in atmosfera il più possibile. Va detto che siamo già sulla buona strada, ma è di fondamentale importanza non farsi coinvolgere in piagnistei ambientalisti che rischiano di distrarci dall’obiettivo prefissato.
Complessità e specializzazione
Perché lo sviluppo ci conduca alla meta sperata occorre continuare sempre più ad analizzare la complessità del mondo a compartimenti stagno. Questo è di fondamentale importanza. Guai ad avere una visione d’insieme (olistica, qualcuno la chiama). E’ questo che ci ha permesso di risolvere il problema dei trasporti. Oggi possiamo viaggiare a 150 Km all’ora con la nostra automobile, grazie al prezioso lavoro degli ingegneri. Avessero dovuto pensare anche alle conseguenze ambientali chissà oggi dove saremo. Sempre alla bicicletta, forse. Ed anche chi oggi si occupa di problemi ambientali e climatici, lo faccia pure. Noi che desideriamo l’estinzione della specie non siamo preoccupati, purché non alzino la testa troppo sopra il progetto che hanno in mano. Ben vengano le centrali a biomasse di grandi dimensioni magari alimentate ad olio di palma. Sì, sappiamo che la combustione dell’olio di palma produce meno CO2 della combustione dei prodotti energetici di origine fossile, ma tra la CO2 prodotta dal trasporto e la deforestazione necessaria alla coltivazione il bilancio è sempre a vantaggio nostro. Ben vengano ettari ed ettari sottratti all’agricoltura per produzioni energetiche, guai a coltivarsi il grano per fare il pane, non potrebbe prendere l’aereo ed immettere tonnellate di CO2 in atmosfera prima di giungere sulle nostre mense.
Parliamoci chiaro possiamo anche concedere qualcosa alla cosiddetta cultura ambientalista, oggi non è più possibile non tingersi un po’ di verde altrimenti verremo smascherati, ma basta poco sapete, a fare ottime politiche ambientali non mettendo in discussione l’obiettivo ultimo che ci siamo dati. Basta ragionare per settori specializzati. Pensate a quando hanno creduto alla logica della rottamazione. Auto più nuove inquinano meno, hanno pensato. A noi interessava far crescere il PIL, un po’ ci siamo riusciti, oggi la Fiat sta meglio di ieri. Le grandi città soffocano sempre nello smog e questo ci consola.
Quindi siamo a due concetti cardine: non concedere niente al concetto di complessità e procedere retti sulla strada dello sviluppo lineare. Ma per essere sicuri di non sbagliare strada occorre la terza parola magica.
Competizione
La competizione e la velocità sono essenziali. Se cominciamo a cooperare, ad ascoltare gli altri, a perdere tempo, siamo fritti. Magari uno si accorge che con molto meno riesce ad essere molto più soddisfatto della propria vita. Adesso va tanto di moda la cooperazione internazionale. E’ di fondamentale importanza che mantenga sempre l’obiettivo per cui è stata inventata: cooperazione allo sviluppo. Loro sono i paesi sottosviluppati, ops, ho sbagliato termine, in via di sviluppo (è molto più garbato). Dobbiamo portargli la civiltà, le nostre industrie. Finalmente anche l’Africa sta aumentando il suo PIL. Tutto volge a favore nostro. L’importante è che in questo scambio non si creino relazioni vere. Che non si resti innamorati di tessuti sociali qui finalmente distrutti. Che non si rimanga attratti da economie relativamente semplici. Che non si dia troppo spazio alle donne capaci di mantenere questo tessuto e di essere l’architrave di queste economie. Che non si usi il sole quale fonte energetica. Dobbiamo aiutarli sì, ma perché possano competere anche loro nel bel campo di gara del mercato globale (ma le regole le dettiamo noi). E’ una bella gara, sarebbe davvero un peccato fermarsi proprio adesso che stiamo intravedendo la meta. Coraggio, un ultimo sforzo, ormai ci siamo.
Politica
La politica ha già dato molto per raggiungere l’esito che ci siamo prefissati. Adesso c’è bisogno di un’ ultima mano di coppale. Soprattutto nel nostro paese così ingovernabile. E’ necessario riformare la politica, modernizzare il quadro politico, ma mi raccomando, che a nessuno venga in mente di riorganizzare tutto quanto verso quella che Alexander Langer chiamava “conversione ecologica della società” sarebbe la nostra sconfitta. No, io proporrei una bella semplificazione tra moderati e radicali. Tra Partito Democratico e nuova sinistra. Solo così saremo certi che il nostro progetto andrà in porto. Mi avevano detto che Veltroni aveva messo al primo punto del suo intervento la questione ambientale, sono andato subito a vedere. Pfui! Pericolo scampato: la crescita economica e lo sviluppo sono lì indisturbati sul loro trono. Possiamo star certi che non verrà mai bloccato un progetto di una grande infrastruttura. Tra sviluppo e ambiente sappiamo bene dove va a pendere la bilancia. Ha avuto la bella pensata di coniare il termine l’ambientalismo del sì in polemica con quei cialtroni dei Verdi capaci di dire solo e soltanto no. Bene così. A proposito: i verdi? A leggere dai giornali sono spacciati. Già si dividono tra le lusinghe del Partito Democratico e il richiamo della foresta di vecchi militanti di sinistra verso la cosa rossa, o la sinistra europea o la nuova sinistra o quel che sarà. A dire il vero Pecoraio Scanio sta lottando con le unghie e con i denti per ribadire la propria specificità ed autonomia. Ma fa quasi pena e possiamo quindi ben cantare vittoria.
Ultima indicazione fondamentale quindi del nostro vademecum: schierarsi col Partito Democratico o con la nuova sinistra. E un bel requiem per i Verdi.
Fin qui il lato ironico.
Ovviamente non sono qui per gettare fango su tutto e tutti e dire: -Guardate noi, i Verdi, come siamo bravi-. Non siamo bravi per niente, questo è un dato di fatto. E’ di queste ore il nostro scientifico harakiri a livello regionale. Abbiamo da venti anni la più bella ed attuale bandiera politica e non ci schiodiamo da percentuali elettorali da prefisso telefonico.
Nel libro, citato all’inizio, di Watzalwick si nascondono perle di saggezza. Una che vi ho trovato è una massima degli antichi romani (d’altronde Gandhi sosteneva che la verità è antica come le montagne): “Il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste”. Proviamo a seguirlo.
E’ un dato di fatto che le riforme elettorali che si prospettano e la nascita del Partito Democratico mettono tutta una serie di partiti minori in netta difficoltà.
E’ altrettanto vero che il potere di veto dei piccoli partiti della coalizione è diventato intollerabile.
Questa riorganizzazione è necessaria. Il problema di fondo, per quanto mi riguarda, sono i contenuti. Intorno a cosa andiamo a riorganizzarci. Già spiegato che, ad oggi (domani vedremo), il Partito Democratico non risponde ai requisiti ecologisti necessari, cosa fare? Sparire? Stare fermi un giro? Allearsi con gli altri partiti della sinistra?
Per ora ritengo importante dialogare con tutti sui nostri contenuti. Abbiamo lanciato un Patto per il clima ( http://www.pattoperilclima.com ) in dieci punti. Discutiamone. Potrebbe essere una buona base comune di partenza. Lo hanno firmato esponenti di varie forze politiche. Già in Lombardia il capogruppo di Rifondazione Mario Agostinelli e rappresentanti regionali di Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e SDI hanno firmato e rilanciato il patto stesso come primo terreno di confronto comune. Partiamo da lì e intorno a questo mettiamo tutto in discussione. Probabilmente con la parte più radicale del centrosinistra è maggiormente possibile costruire questo percorso. Perché non ci sono grandi interessi economici da difendere. Ma ci sono anche tante difficoltà. Dobbiamo tenerne conto. Ho difficoltà a pensare di essere identificato con coloro che sono pronti a far cadere il governo sulla riforma delle pensioni. Credo sia questa la strada stretta, lunga e faticosa da intraprendere, ma dalla quale non possiamo sottrarci.

Pietro Del Zanna  
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